Registrazione audio-video delle conversazioni tra presenti: liceità ed utilizzo come prove nel processo civile

Fonte immagine http://cf-static.iphoneitalia.com

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Non integra condotta illecita la registrazione di un colloquio ad opera di uno degli interlocutori, all’insaputa dell’altro. Trattandosi di comportamento posto in essere da persona protagonista della conversazione, senza dubbio alcuno se ne esclude la riconducibilità, sebbene clandestinamente eseguita, alla nozione di intercettazione. Così come è fuori ogni dubbio che si realizzi un’interferenza illecita nell’altrui vita privata punita dall’art. 615 bis c.p.m

La giurisprudenza si è più volte pronunciata circa la liceità dell’attività di registrazione della conversazione effettuata da uno dei soggetti parte della stessa, e ne ha, altresì, ritenuto legittimo l’utilizzo probatorio, sul presupposto che essa assume il valore di prova documentale, in quanto documentazione fonica dell’avvenuto colloquio.

La registrazione è una prova documentale precostituita

Va premesso che il tema della disciplina delle registrazioni fonografiche di conversazioni avvenute in presenza del soggetto che le registra è stato più ampiamente affrontato in relazione al regime probatorio nel procedimento penale.

Volendo in questa sede esaminare, invece, il problema nell’ottica civilistica, viene subito in rilievo l’art. 2712 c.c.

La registrazione altro non è che una prova documentale precostituita – un documento che ha nel file audio il suo supporto materiale – compresa nell’elenco delle riproduzioni magnetiche contenuto nel disposto del citato dato normativo.

Come entra la registrazione nel processo

La registrazione non necessita d’altro, per la sua acquisizione al processo, che della produzione o esibizione in giudizio ad opera della parte.

È consigliabile che il supporto con la registrazione venga depositato unitamente alla trascrizione del suo contenuto o che si richiede che venga trascritto da un consulente tecnico nominato dal Giudice.

È interessante notare come, per le prove documentali precostituite, non si ponga mai un problema di ammissibilità, ma soltanto di utilizzabilità. Con ciò si intende significare che alla produzione di documenti non può mai opporsi la controparte e che non esiste alcun potere dell’istruttore di vietare la produzione o di ordinare l’espunzione dal fascicolo di causa di un documento. È soltanto in sede di decisione e, quindi di valutazione finale di tutte le prove acquisite, che il giudice dovrà tenere e dare conto della possibilità o meno di utilizzare il documento, sotto i profili della ritualità della produzione e della rilevanza.

Efficacia probatoria della riproduzione fonografica

Come si evince dalla lettura dell’art. 2712 c.c. l’efficacia probatoria delle registrazioni in argomento è subordinata, in ragione della loro formazione fuori dal processo e senza le garanzie dello stesso, all’esclusiva volontà della parte contro la quale esse sono prodotte in giudizio. Su quest’ultima incombe, infatti, l’onere di contestare che i fatti che tali riproduzioni vogliono provare siano realmente accaduti con le modalità risultanti dalle stesse.

Perchè la registrazione perda la qualità di prova, per giurisprudenza costante, il disconoscimento non può essere generico, ma deve essere chiaro, circostanziato ed esplicito (dovendo concretizzarsi nell’allegazione di elementi attestanti la non corrispondenza tra realtà fattuale e realtà riprodotta), nonchè tempestivo, cioè avvenire nella prima udienza o nella prima risposta successiva alla rituale acquisizione delle suddette riproduzioni. (Cass., sez. lav., 28 gennaio 2011, n. 2117; Cass., sez. III, 22 aprile 2010, n. 9526).

Nel caso di contestazione, tuttavia, le registrazioni non sono del tutto inutilizzabili, ma possono assurgere ad elemento di prova che, unito agli altri, può fondare il convincimento del Giudice.

Istruzione probatoria e tutela della riservatezza

Ora è opportuno valutare se la produzione di occulte riprese audio nel procedimento possa integrare gli estremi di un reato previsto a presidio del diritto alla riservatezza.

Premesso che non è illecito registrare una conversazione perchè “chi conversa accetta il rischio che la conversazione sia documentata mediante registrazione” (Cass. pen. , sez. III, sent. 13 maggio 2011, n. 18908), la privacy viene ad essere violata se si diffonde la conversazione indebitamente, per scopi, cioè, diversi dalla tutela di un diritto proprio o altrui, integrando così il reato di cui all’art. 167 d.lgs. 196 del 2003.

Non rileva penalmente il fatto che la riproduzione venga utilizzata senza il consenso della parte che non era a conoscenza che il colloquio fosse registrato.

Il trattamento dei dati personali, ammesso di norma in presenza del consenso dell’interessato, può essere, infatti, effettuato anche senza che a questi sia data l’informativa di cui all’art. 13, co.1 del citato decreto e, anche in assenza di consenso, se – come sancisce l’art. 24, co. 1, lett. f) – è volto a far valere o difendere un diritto in sede giudiziaria o per svolgere le investigazioni difensive previste dalla l. 397/2000, sempre che i dati siano trattati esclusivamente per tali finalità e per il periodo strettamente necessario al loro perseguimento.

Al pari anche il trattamento dei dati sensibili, che richiede il consenso scritto dell’interessato e l’autorizzazione del Garante (art. 26, co. 1), se eseguito per le finalità di cui sopra, può prescindere dal consenso (art. 26, co. 4, lett. c)).

Analogo discorso, in ultimo, se i dati trattati siano idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale (cd. dati “supersensibili”), con l’imprescindibile rispetto della condizione che in tal caso il diritto sia di rango pari a quello dell’interessato, ovvero consistente in un diritto della personalità o in un altro diritto o libertà fondamentale e inviolabile (art. 26,co. 4, lett. c), seconda parte).

Il legislatore si è, dunque, preoccupato di operare un bilanciamento tra gli opposti interessi sottesi alle posizioni di chi pretende il rispetto della propria privacy e di chi, per agire o difendersi dinanzi ad un giudice, ha bisogno di trattare i dati personali (o sensibili, o supersensibili) del suo interlocutore.

In questo caso, infatti, il diritto alla riservatezza – inteso come la pretesa che la notizia, liberamente affidata ad altri non sia da costui resa nota senza il consenso dell’affidante – cede il passo rispetto all’esigenza di formazione della prova.

Ovvio che sarebbe sconveniente esporsi al rischio di incorrere in responsabilità penale o risarcitoria, però quand’anche si accerti che il contenuto della registrazione fosse lesivo del diritto alla riservatezza, questo non incide comunque sulla sua utilizzabilità e sulla sua rilevanza istruttoria (purchè il documento sia stato ritualmente dedotta nel giudizio civile). In altri termini, ciò non vale di per sé a privare di efficacia la prova: al giudice è deferito il compito di stabilire in presenza di quali circostanze il diritto che si vuol far valere in giudizio può giustificare il sacrificio della privacy. Il giudice dovrebbe optare per l’inutilizzabilità di siffatti documenti solo ove sia ingiustificata ed eccessiva la sproporzione tra il diritto fatto valere o difeso in giudizio e l’intensità o la qualità della lesione inferta alla riservatezza, soprattutto quando si accerti che il fatto possa essere provato altrimenti.

Uno sguardo all’Europa

Si veda sull’argomento l’art. 5 della direttiva n. 97/66/CE, recepita con il d.lg n. 171/1998, che al comma 1 pone agli Stati l’obbligo di vietare la memorizzazione o la sorveglianza delle comunicazioni da parte di persone diverse dagli utenti delle comunicazioni, ma non anche da parte degli stessi utenti.

Scritto in collaborazione con la dott.ssa Alessandra Surano

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