Condivideresti la tua password?

Potremmo fare un sondaggio tra tutti gli utilizzatori di Facebook o di altre applicazioni web su chi sarebbe disposto a condividere la propria password. Ovviamente negli Stati Uniti c’è chi ci ha già pensato. In un’inchiesta del 2011, il Pew Internet and American Life Project ha rilevato che il 30% degli adolescenti che usano regolarmente Internet ha scambiato una password con un amico, un fidanzato o una fidanzata.

È diventata una moda tra i giovani esprimere il loro reciproco affetto condividendo la password della posta elettronica, di Facebook e di altri account. I giovani fidanzati a volte scelgono perfino un’identica password e accettano vicendevolmente che l’altro legga le proprie email e i propri messaggi. Sembra quasi la prova d’amore ai tempi di Internet; ma quando la storia finisce, aver condiviso la vita online può causare pentimenti amari.

Una volta ci si scambiava braccialetti con inciso il proprio nome. L’era digitale ha fatto nascere una tradizione ancora più intima. Le coppie condividono la password. Dicono di essere consapevoli che questi intrecci digitali sono rischiosi, perché quando una relazione si guasta può accadere che uno usi i segreti online contro l’altro. Ma è proprio questo, dicono, a rendere così potente il simbolismo della password condivisa: “È un segno di fiducia”.

È vero che cambiare una password è una cosa semplice, ma gli psicologi e i genitori dicono che spesso il danno viene fatto prima che la password venga cambiata, o che la condivisione stessa della vita online può essere la causa del fallimento di un rapporto.

Quante le storie che finiscono male! C’è il giovane liceale respinto che cerca di umiliare la sua ex mettendo in rete i segreti delle sue email; tensioni tra fidanzati che spiano i messaggi l’uno dell’altro cercando prove di slealtà o infedeltà; o chi prende di nascosto il cellulare dell’ex migliore amico e, usando la sua password, manda messaggi minacciosi a qualcun altro.

Rosalind Wiseman è la fondatrice di Empower Program, un’organizzazione no-profit che lavora per ridurre la violenza giovanile. Scrive per USA Today, il Washington Post e il New York Times. Studia da diversi anni i modi in cui gli adolescenti usano la tecnologia e dice che la condivisione delle password è in qualche modo simile al sesso. Condividere le password, fa notare, ha il gusto del proibito perché è una cosa sconsigliata dagli adulti e comporta una vulnerabilità. E in molti rapporti tra adolescenti c’è una spinta a condividere le password, così come ad avere rapporti sessuali.

Alcuni studenti intervistati dicono che ci sono altri motivi, oltre a quello di una dimostrazione di fiducia, per scambiarsi le parole d’ordine on-line. Ad esempio, molti universitari dicono di avere regolarmente condiviso la password di Facebook non per ficcare il naso o per controllare l’altro, ma per costringersi a studiare per gli esami.

Il mondo degli adolescenti è sempre stato complesso, e nell’era della tecnologia sembra diventarlo ancora di più. Scambiarsi una password, infatti, è molto di più di uno scambio di un anello: è uno scambio di identità, di segreti e di “maschera”, qualcosa che va ben oltre la semplice condivisione. Solitamente questa è una pratica gradita, offerta volontariamente e parte integrante del rapporto; in taluni casi, invece, è una pratica forzata, uno sbilanciamento nelle intenzioni che costringe uno dei due partner ad accondiscendere alla richiesta di fiducia avanzata dalla controparte.

Scambiarsi le password, del resto, significa non avere segreti per il proprio partner, il che sembra indicare una dimostrazione di solidità e fiducia senza pari. Però, apre ad evidenti problemi di vario tipo, facilmente identificabili: la password rimane in mani altrui anche dopo la rottura di un rapporto; impedisce di vivere appieno la propria identità online per paura di far trapelare qualcosa alla persona con cui si condivide l’account; è un’arma a doppio taglio, può cambiare di segno nel momento in cui un rapporto perde la sua unità.

È bello scoprire una vena di romanticismo in questo mondo iper-tecnologico. L’intimità, però, può e deve essere dimostrata in altri modi, con azioni più concrete e meno simboliche, lasciando immutata l’integrità dell’identità personale.

Continuiamo a scambiarci anelli e braccialetti ed evitiamo di consegnare ingenuamente la nostra dimensione virtuale e sociale in mani altrui.

Su Vittorio D'Aversa

Consulente Tecnico Forense in materia Informatica.

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