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E' indetto un concorso pubblico, per   esami,   per   il reclutamento di tre unità di informatici da inquadrare nella III area, fascia retributiva F1, da destinare agli Uffici della Corte dei Conti con sede in Roma. Requisiti: laurea triennale in scienze e...

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Area Legale - Licenze
Scritto da Antonio Tringali   
Venerdì 22 Aprile 2011 09:12
Articolo letto 706 volte

I brevetti software come un'arma fra le superpotenze di quest'industria.

Come si afferma nella parte II di questo articolo, quanto descritto somiglia vagamente alla corsa agli armamenti nel periodo della Guerra Fredda: per imporre il predominio sulle altre fazioni, c'era una gara per mostrare il maggior numero di armi o gli eserciti più potenti (spesso è l'apparenza che conta). L'uno si voleva imporre sull'altro, in una dimostrazione di machismo che rischiava di sfociare in una guerra nucleare mondiale.

Open Invention Network

Ci si abitua a tutto, d'accordo, ma i grossi nomi si sono accorti che la presente situazione di assedio non poteva durare per sempre. Per cui, invece di risolverla alla radice richiedendo l'eliminazione delle mine vaganti dei brevetti software, hanno deciso di costruire un'altra roccaforte (corsi e ricorsi della storia): l'Open Invention Network (OIN), nata anche sull'impulso della causa di SCO contro IBM.

OIN è stata costituita alla fine del 2005 da IBM, Novell, Philips, Red Hat e Sony con lo scopo di acquistare brevetti software e licenziarli privi di diritti d'autore alle entità che, in cambio, non attacchino in tribunale il mondo Linux e ciò che gli gira intorno. Da quando Linus Torvalds ha proferito la frase “world domination, fast” (la dominazione del mondo, velocemente) al giornalista che lo intervistava su quali fossero i suoi obiettivi per il futuro, alla creazione di OIN, si può dire che l'obiettivo si sia avverato. Linux il kernel e il FLOSS in generale sono ovunque e sono oramai indispensabili; si stima che l'intero ecosistema open source valga circa venti miliardi di dollari al giorno d'oggi.

OIN ha attualmente più di cento licenziatari e il pool di brevetti software continua ad aumentare, ma le buone intenzioni mostrate in pubblico qualche volta si scontrano con i propri interessi commerciali. Lo stesso membro fondatore IBM ha minacciato azione legale contro TurboHercules, rea di produrre un emulatore open source per i suoi sistemi System Z. Il core business di IBM è ancora la realizzazione di mainframe, ovvero hardware di fascia alta; non le fa particolarmente piacere che qualcuno arrivi ad eseguire il sistema operativo e le applicazioni in assenza del suo hardware. E qui IBM ha un punto: per licenza non sarebbe possibile eseguire il sistema operativo su macchine che non siano le sue. Anche Apple fa così con Mac OS X. In fin dei conti, c'è coerenza; anche se i brevetti software che IBM ha minacciato di usare in tribunale sono relativi a brevetti fondamentali sulla virtualizzazione e l'emulazione dei sistemi operativi che oramai riguardano anche il kernel Linux.

I brevetti software sono anche alla base di un florido mercato di compravendita: la recente vendita di Novell ad Attachmate per 2.2 miliardi di dollari ha messo sul mercato 882 brevetti. Questi sono stati acquistati da un consorzio di aziende, fra le quali Microsoft, Apple, EMC e Oracle. Novell è stata fondamentale per disinnescare le pretese di SCO degli anni scorsi, con i brevetti che deteneva su UNIX.

Soldi con il FLOSS?

Girano parecchi soldi intorno al FLOSS. Fa parte fondamentale dell'infrastruttura di Internet, abbassa i costi di produzione, è diventato il mattone e cemento di chiunque voglia “costruire” software. Un esempio per eccellenza: il celebrato Apple Mac OS X ha alla base un kernel derivato dai progetti open source Mach e FreeBSD; buona parte dei comandi di sistema provengono da progetti free e open source. Ciò che rimane proprietario sono le parti ad alto valore aggiunto per Apple, ovvero i framework grafici, audio e video alla base dell'interfaccia grafica. Altrimenti persino molte innovazioni realizzate da Apple stessa sono pubblicate con licenza open source.

Mi piace pensare che il FLOSS sia paragonabile alle funzioni di un Comune: esso provvede ai propri cittadini con le infrastrutture di base. Nel costruire il mio valore aggiunto (ad esempio, una casa) pago una piccola quota in rapporto al valore globale di una rete di servizi di cui vengo a far parte. E' per questo che mi piace molto l'iniziativa Creative Commons (CC) di Lawrence Lessig, che si è assunta il compito di aumentare il numero di opere d'ingegno condivise al pubblico, affinché vi si possa costruire sopra legalmente. Il sottoprodotto del progetto è un insieme di licenze che definiscono esattamente i diritti che il produttore dell'opera si riservi e quali invece egli conceda ai riceventi o ad altri creatori. Nel caso del software non è diffusissimo licenziare CC il codice, ma del resto l'approccio sembra essere alternativo sia al free software sia all'open source. A Benjamin Franklin sarebbe piaciuto.

Ma alla fine la domanda è sempre la stessa: come fanno (tutti gli altri) a fare soldi con qualcosa liberamente disponibile come il FLOSS? La risposta è relativamente semplice: con i servizi. Per fare un esempio, sarebbe come se per riparare la vostra automobile il meccanico vi passasse i pezzi di ricambio gratis e si facesse pagare solo la manodopera. Nessuno vi fermerebbe dal ripararvi la macchina da soli, qualora ne foste capaci. Però forse non avete tempo o non lo sapete fare, quindi preferite pagare qualcuno che lo faccia al posto vostro, che può mantenere i costi più bassi perché utilizza ciò che è liberamente disponibile. E qui libero non vuol dire che non costi niente: il FLOSS prodotto per passione o altra motivazione può avere, come detto, un valore economico non indifferente, anche se non tutti i progetti disponibili hanno una qualità elevata; la selezione darwiniana è sempre al lavoro.

Se non temete di lasciare un vantaggio competitivo ai vostri concorrenti, potreste addirittura scegliere che il lavoro fatto per voi o da voi sia a sua volta rilasciato come FLOSS. Molte aziende ragionano così, essenzialmente perché si condividono (o si scaricano su altri) i costi di manutenzione, ovvero debug e migliorie. Fatto X il costo di sviluppo di un prodotto software, circa equivalente è il costo di manutenzione durante il suo ciclo di vita.

Si può anche scegliere di risparmiare sullo sviluppo tramite il semplice utilizzo del software free/open. Molti sviluppatori non gradiscono eccessivamente l'atteggiamento rapace con cui alcuni produttori utilizzano il software free/open senza aderire alle licenze, mentre sono molto vocali nel fare rispettare le proprie per software chiusi. Questo atteggiamento è soprattutto presente nel campo dell'elettronica di consumo, che ha tempi di messa sul mercato di nuovi prodotti molto stretti (la maggior parte delle vendite si realizzano in tre mesi dalla messa sul mercato) e margini di guadagno risicati; spesso non ci sono il tempo o le risorse economiche per rendere disponibili le modifiche ai sorgenti del software FLOSS utilizzato nei prodotti (ad esempio, modifiche al kernel Linux o a BusyBox nei sistemi embedded). Tra i più vocali oppositori a questa incoerenza di comportamento c'è Harald Welte (netfilter/iptables e Openmoko), che ha fondato il sito gpl-violations.org; non si fa scrupolo di trascinare nei tribunali tedeschi coloro che non rispettino la GPL, vincendo le cause.

Altro esempio notevole di ricaduta di una licenza free software quale la GPL, si consideri ancora il caso di Sun acquistata da Oracle: la prima ha sempre mantenuto un saldo controllo sulla suite OpenOffice.org, tradizione che la seconda sembra ben intenzionata a mantenere. E' stato quindi possibile nel 2010 che un gruppo di suoi sviluppatori abbia dato origine a The Document Foundation, intenzionata a creare un fork della suite a partire dalla base di codice della versione 3.3: a gennaio 2011 è stato rilasciato LibreOffice 3.3, che incorpora un insieme di patch (anche da Novell) che migliorano le prestazioni del prodotto, nonché la sua compatibilità con vari formati di documento. Probabilmente OpenOffice.org non sarebbe mai diventato abandonware, sorte seguita da tanto software commerciale quando l'interesse del grosso pubblico cessi, tuttavia quando il controllo ritorna nelle mani degli sviluppatori anziché delle corporation si possono seguire altri ritmi rispetto a quelli imposti dall'alto. E' pianificata per la versione 11.04 di Ubuntu la sostituzione di OpenOffice.org con LibreOffice.

La restrizione dei diritti

La chiusura totale può non solo portare a mancati introiti, ma alla lunga può fare declinare un settore commerciale. L'esempio che adotto è quello dell'industria musicale; essa ha avuto a disposizione due linee di difesa con l'insorgenza delle tecnologie digitali e la possibilità di copiare a basso costo da Internet, ovvero l'incorporazione nei formati audio di sistemi di Digital Rights Management (DRM), sigla che Stallman preferisce ovviamente leggere come Digital Restrictions Management, e l'introduzione di leggi più restrittive.

Ritengo che entrambi gli approcci siano alla lunga inefficaci. Il primo approccio si scontra contro una banale verità: per usufruire di un bene acquistato bisogna “leggerlo”. E se è possibile leggerlo ci sarà qualcuno che prima o poi riuscirà a trovare un buco nel sistema di DRM per sproteggerlo. Quando la musica è sprotetta, la si mette su Internet ed è disponibile al mondo – ovviamente - in modo del tutto illegale. Agli utenti poi da fastidio legare un brano acquistato ad un unico dispositivo che vi possa accedere, per cui è possibile che l'iniziativa sia relativamente un flop. Quanto detto per la musica si può applicare a piacere ai libri e ad altri media.

Il secondo approccio negli USA ha portato a leggi come il Digital Millennium Copyright Act (DMCA), che di fatto rende illegale l'aggiramento dei sistemi di DRM, portando per lo più a nuove cause in tribunale. Alcune aziende utilizzano questa legislazione in modo persino anticompetitivo, impedendo il fair use. Perché non sono fermati molti dei mercati per i quali questa legislazione non è importante, come il grosso mercato asiatico. E inasprire le pene, come avviene in molti contesti, è rivelatore del fatto che una legislazione non sia funzionante.

Qual è la soluzione a questi problemi? Molte volte semplicemente abbassare i costi e/o rendere conveniente l'acquisto di un brano in modo legale, come l'eliminazione del DRM da parte di Apple iTunes e i costi contenuti di acquisto hanno ampiamente dimostrato. Ovvio che ai produttori questo modello non piaccia, dal momento che i soldi venivano fatti principalmente sulla distribuzione, conferendo relativamente poco denaro agli autori della musica. Infatti, la maggior parte degli introiti di un artista, in molti casi, proviene dai concerti dal vivo e non certo dagli album venduti.

L'introduzione di nuove leggi restrittive in ambito internazionale, come l'Anti-Counterfeiting Trade Agreement (ACTA), che cerca di arruolare anche gli Internet Service Provider nella battaglia contro le copie illegali e l'aggiramento del DRM, potrebbe essere alla lunga inefficiente come il DMCA. Come i brevetti software, portano solo a nuovi costi; che poi saranno scaricati sull'utente finale.

E in Europa?

Lo sviluppatore dovrebbe accontentarsi dei semplici diritti morali sulla creazione dell'opera d'ingegno, che sono per loro natura inalienabili. Chiaramente, se costui è lavoratore dipendente cede implicitamente al proprio datore di lavoro il diritto di utilizzo economico della propria opera d'ingegno, anche se questa è una norma derogabile da apposite clausole contrattuali. Per il lavoratore autonomo la cessione dei diritti patrimoniali dipende da pattuizioni contrattuali effettuate con il committente.

A proposito di committente: nel caso in cui quest'ultimo sia la Pubblica Amministrazione, essa risulta automaticamente titolare delle applicazioni sviluppate. Sarebbe bello che, dal momento che lo Stato siamo noi, l'Amministrazione fosse realmente Pubblica e rilasciasse in pubblico dominio il software per essa sviluppato.

I diritti concessi dalla legge europea all'utilizzatore del software sono i seguenti:

  • Può copiare e modificare il software se necessario per il suo utilizzo, ivi includendo la correzione di errori, a meno di patto contrario.

  • La copia del software è sempre permessa al licenziatario, allo scopo di preservare il software stesso da possibile perdita o danneggiamento.

  • Il licenziatario può sempre osservare, studiare o sottoporre a test il software, anche allo scopo di capire come sia realizzato. Una bella differenza rispetto alle leggi statunitensi.

  • Allo scopo di garantire l'interoperabilità con altro software, è concessa persino la possibilità di reverse engineering ai licenziatari del software o ad individui da essi autorizzati, qualora le informazioni necessarie per l'interoperabilità non siano già liberamente disponibili, limitatamente alle parti necessarie per conseguire questo obiettivo.

Le belle libertà concesse dalla legislazione europea non devono però essere prevaricate per potere abusivamente utilizzare il software contravvenendo alla sua licenza, sia che esso sia commerciale e a codice sorgente chiuso sia che esso sia FLOSS. Copiare software in maniera illecita è sempre un reato.

La legge italiana, in particolare, oramai da qualche anno ha sostituito il concetto di utilizzo del software per scopo di lucro (ad esempio, vendere software proprietario copiato) con l'utilizzo a scopo di profitto (ovvero copiare software per evitarne l'acquisto); pena una multa in denaro e la reclusione da sei mesi a tre anni (!). E similmente nega la possibilità di sprotezione di un'applicazione a codice sorgente chiuso, con la solita multa in denaro e almeno due anni di reclusione.

Conclusioni

Ricordo che al quinto anno di università durante lezione un professore affermò che quello che sapeva forse solo per il 10% proveniva dai libri: il resto l'aveva imparato guardando il lavoro fatto da altri. Aspettano la fine per fartelo notare, invece del primo giorno.

Già nel dodicesimo secolo il filosofo Bernardo di Chartres scriveva che “siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l'altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti”; più tardi questo aforisma è stato riciclato anche da Newton. O, per continuare con le citazioni d'autore, “scienza è qualsiasi disciplina in cui anche uno stupido di questa generazione può oltrepassare il punto raggiunto da un genio della generazione precedente” (Max Gluckman).

Stiamo attraversando un periodo di transizione, in cui si è rovesciato il classico schema produttore-consumatore. Ognuno di noi è potenzialmente un produttore di opere d'ingegno. Sebbene questo fosse possibile anche prima dell'avvento di Internet, quest'ultima ha semplicemente annullato le distanze fra i produttori e ha amplificato a valanga le possibilità creative, anche basandosi sul lavoro degli altri. Come al solito, quando ci siano cambi epocali così vasti la legislazione fatica a starvi dietro, mentre i vecchi modelli di business lottano per mantenere i privilegi acquisiti negli anni.

Non credo che aziende come Microsoft ed Apple possano scomparire a causa dell'avvento del FLOSS. Ma mi guardo indietro e mi accorgo dei mutamenti avvenuti nei loro modus operandi negli ultimi dieci anni grazie all'avvento del free software, che ha reso possibile l'ascesa di aziende come Google e dei suoi controversi modelli di business.

Non esistono i pasti gratis, per cui ci sarà sempre bisogno di un supporto commerciale alla creazione delle opere d'ingegno. Tuttavia, come la storia ampiamente dimostra per chi sappia vedere le grandi linee, il segreto del successo non è combattere i cambiamenti, ma assecondarli mutando rotta quando sia il caso.


L'ultima parte di quest'articolo riporterà quello che generalmente finisce nei riquadri di una rivista cartacea, giusto per non interrompere il flusso logico dei pensieri dell'autore. Non che ne abbia molti di pensieri e di flusso logico, di solito.

Si elencheranno velocemente i principali tipi di licenze FLOSS e si parlerà della situazione vigente in Italia per quanto riguardi la Pubblica Amministrazione. Infatti è sentire comune che in democrazia il software prodotto con i soldi pubblici debba essere a sua volta di pubblico dominio. O, se possibile, in tempi come questi si dovrebbe puntare al risparmio. In entrambi questi casi il FLOSS sarebbe una splendida occasione.
 
 

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