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Ci sono ormai decine di migliaia di articoli (e molti meno libri) su come Richard Stallman sia stato illuminato dalla grazia sulla via del MIT e abbia partorito l'idea di free software. In realtà questo concetto è precedente a Stallman; lui era "solo" dotato della giusta ossessione per dedicarsi anima e corpo alla promozione di questa idea.
E, si sa, le idee sono infiammabili: se trovano il sottobosco adeguato di persone possono originare un grosso incendio. I tempi erano maturi, perché i suoi sforzi sono coincisi a cavallo tra il fenomeno degli home computer e lo sviluppo dei personal computer. Alla gente appassionata piace condividere...
La nascita del software libero
Fino a circa la prima metà del secolo scorso un'invenzione era per lo più consistita in qualcosa di fisico: si inventava un nuovo tipo di materiale, o un nuovo tipo di macchinario. Con l'introduzione dei computer moderni era nato un altro modo di inventare: il macchinario rimaneva per più lo stesso, un computer, ma magari si inventava un modo per effettuare più efficientemente una divisione fra numeri in virgola fissa, o un nuovo algoritmo per schedulare processi nel sistema operativo. In pratica si era passati dal brevetto sulla materia fisica al brevetto sulla materia di cui sono fatti i sogni: un algoritmo non è altro che un insieme di istruzioni elementari eseguibili da un elaboratore, assimilabile alla matematica.
Eppure ancora agli inizi degli anni '60 del secolo scorso tutto il software era liberamente diffuso, per un motivo molto semplice. I computer erano quasi tutti grandi più di una stanza e solo grossi enti e le università potevano permetterseli. Queste ultime godevano molto spesso di sovvenzioni pubbliche, per cui era logico che gli sviluppi di software fossero a disposizione di tutti. Ma anche l'ambiente scientifico universitario era sinonimo di collaborazione per l'avanzamento della ricerca. La scienza nasce libera, il software era per lo più scientifico e quindi libero per induzione. Furono gli anni '70 che videro la nascita dell'industria del software; e quando arrivano i soldi cominciano a fioccare briglie e legacci da parte di coloro che ci vogliono guadagnare, spesso in maniera anticompetitiva. Il software in quel periodo è cominciato ad essere considerato una risorsa strettamente privata, sebbene immateriale, avente la caratteristica di essere altamente remunerativo rispetto ad altre industrie.
La leggenda narra che nel 1983 Richard M. Stallman, all'epoca programmatore all'Artificial Intelligence Lab del Massachussets Institute of Technology (luogo simbolo della cultura hacker), vedendosi negare il codice sorgente per il driver di una stampante su cui aveva trovato un bug, si sentì profondamente scosso dalla cosa e diede origine al movimento del free software. E come obiettivo se ne diede uno semplice, tanto per iniziare: ricreare da zero un sistema operativo completamente libero, ove lo stato dell'arte per quei tempi era UNIX. In inglese free è ambivalente per “gratuito” e “libero”, per cui molto spesso gli attivisti del movimento free software usavano il motto: “free as in speech, not as in beer” (libero come nella parola, non come la birra). Si è cominciato in seguito a rimarcare ulteriormente il concetto usando “gratis”, o addirittura “libre” (ambivalente per libero in francese e spagnolo). Oggi si preferisce addirittura il più suggestivo: “free as in freedom” (libero come la libertà).
Il motto sopra ha un'interessante implicazione: sebbene chi preferisca il free software sia spesso additato come un pericoloso comunista, il movimento free software non è squisitamente anticommerciale. Il software può essere anche venduto, purché il codice sorgente dal quale si ricavi un'applicazione possa essere liberamente accessibile senza alcun vincolo di sorta. Il maggior prodotto di Stallman e degli esponenti che poi hanno fondato il progetto GNU (GNU's Not UNIX, molti acronimi sono ricorsivi nel mondo UNIX), nel senso che ha avuto notevoli ripercussioni economiche nel corso degli anni, è la licenza GPL (General Public License), che è oggi la licenza free software più utilizzata nelle sue varie versioni. Mentre le licenze commerciali tendono a ridurre i diritti concessi all'utente, la licenza GPL si propone di svincolare il software dalle restrizioni, per cui di solito si dice che realizza un copyleft (right diritto e destra, left sinistra – continuando con i giochi di parole).
Un documento di licenza software specifica quello che l'utente possa fare o meno con quel software. Si è scelta la forma di licenza anziché quella del contratto convenzionale perché ci si è basati sui principi del copyright per la concessione dei diritti; altrimenti si sarebbe dovuto fare un contratto diverso per quasi ogni nazione. Nello specifico, la legge italiana equipara una licenza software a un contratto atipico, ovvero creata dalla prassi: sono tutelati il codice e i lavori preparatori per la sua produzione, nonché le forme espressive (le interfacce grafiche non sono tra queste), ma non le idee o i principi innovativi che il software eventualmente realizzi. In Italia registrarsi come autori presso la SIAE non offre significativa maggiore protezione rispetto a quanto offra già la legge.
La licenza GPL versione 3, la più recente, è stata in particolare studiata per aggiornare la versione 2 relativamente agli argomenti dei brevetti software e per avere la più ampia armonizzazione con le varie legislazioni nazionali. Tale licenza si propone di preservare per i recipienti di un software i diritti della definizione di free software, come pubblicati dalla Free Software Foundation (FSF, creata da Stallman nel 1985 – che ne è presidente – e che fornisce copertura legale e supporto economico al progetto GNU):
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Libertà 0: la libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo.
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Libertà 1: la libertà di studiare come il programma funzioni e di cambiarlo per fargli fare qualsiasi cosa si desideri.
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Libertà 2: la libertà di ridistribuire copie, così si possa aiutare il proprio prossimo.
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Libertà 3: la libertà di migliorare il programma e di rilasciare i propri miglioramenti (e le versioni modificate in generale) al pubblico, cosicché l'intera comunità ne benefici.
Come si può intuire, si sposta un po' il focus di una licenza classica dalle limitazioni all'utente finale alla protezione dei diritti dello sviluppatore del software; infatti i punti 1 e 3 richiedono che il codice sorgente sia disponibile. Nel 1997 Bruce Perens cristallizzò le definizioni sopra nelle Debian Free Software Guidelines.
Il movimento open source
Lo stesso Perens, in coppia con Eric S. Raymond, Jon “maddog” Hall e Larry Augustin, nel 1998 fondarono l'Open Source Initiative (OSI), ispirati dalla pubblicazione del codice sorgente del browser Netscape Communicator, all'epoca soccombente all'avanzata di Microsoft Internet Explorer, prima di rinascere dalle proprie ceneri come Mozilla Firefox.
La scelta di utilizzare il termine open source anziché free software è dovuta alla volontà di dissociarsi da quello che gli aderenti ad OSI percepiscono come una forma di fondamentalismo etico: i precetti morali del free software sono osservati in maniera quasi integralista da chi condivide i punti di vista di tale movimento, mentre gli aderenti ad OSI prediligono un approccio più pragmatico che strizza un occhio al mondo commerciale.
Infatti, molte aziende aborrivano (e aborriscono tutt'oggi) i principi del free software per paura del cosiddetto effetto virale attribuito alle licenze di questo tipo. Ovvero hanno paura che, una volta che il proprio software a codice sorgente chiuso sia stato “contaminato” da codice sorgente di un progetto free software, siano costretti a rilasciare tutto il codice sorgente in pubblico dominio, di fatto perdendo il valore commerciale della propria opera. Il software open source invece non pone questo vincolo, in quanto un suo utente può usufruirne e modificarlo per i propri scopi anche commerciali senza dovere poi redistribuire alcunché.
Questo modo di pensare è pesantemente osteggiato da Stallman, che lo considera immorale, mentre Raymond pensa che alla fine siano tutte sfumature nel campo del free software. Attualmente il sito dell'OSI elenca sessantasette licenze che sono catalogabili secondo i dettami dell'Open Source Definition (basata a sua volta sulle Debian Free Software Guidelines), fra le quali ci sono le licenze GPL. Il free software è anche open source, ma non è vero il contrario. I meno polemici hanno cominciato a chiamare complessivamente i due campi Free/Libre Open Source Software (FLOSS, o anche FOSS). Più della metà dei progetti open source al mondo sono tuttavia free software.
In mezzo a questa controversia, alcune aziende che lavorano con il FLOSS hanno optato per una soluzione draconiana. Si prenda per tutti l'esempio di Canonical, produttrice della distribuzione Ubuntu: qualora si voglia contribuire a un progetto iniziato da loro, l'autore di codice deve cedere tutti i suoi diritti di copyright, per cui l'azienda diventa proprietaria del codice. La cosa che è fastidiosa è che in alcuni casi, Canonical è di nuovo un esempio, il nuovo proprietario possa decidere o meno di rilasciare in free software il codice contribuito; come si diceva, sono in molti ad essere allergici alle licenze free software. O, forse peggio, di utilizzare il codice contribuito per scopi commerciali e mantenerlo chiuso: una volta rinunciato ai propri diritti non si ha più voce in capitolo.
L'approccio di FSF è di fare in modo che il software ad essa affidato sia permanentemente di pubblico dominio; per questo motivo richiede l'assegnazione del copyright, dal momento che intende far rispettare la licenza GPL in più contesti possibile e assicurarsi che ogni progetto sotto la sua egida contenga solo codice libero.
Apache Foundation promette invece che l'utilizzo non contravverrà al principio di pubblico beneficio, che comunque sarà no-profit. Per i brevetti software che il codice contribuito dovesse portare con sé, però l'unica licenza che definisca chiaramente l'approccio è la GPLv3. Questa impone anche il trasferimento di eventuali brevetti che sarebbero necessari per usufruire del software da essa coperto.
I brevetti software
I brevetti software sono tra i più grandi nemici del FLOSS. Chiunque può sviluppare software free/open, ma non tutti sono certamente intenzionati a pagare eventuali detentori di diritti brevettuali. Si tenga presente la fondamentale differenza dei brevetti software rispetto agli altri generi: ad esempio, una ricerca del 2008 (Berkeley Patent Survey) ha scoperto che, rispetto ai brevetti nell'industria della biotecnologia, quelli software hanno probabilità doppia di essere litigati in tribunale.
Secondo la definizione dell'Unione Europea, i brevetti software sono applicati a “invenzioni realizzate per mezzo di elaboratore”. In particolare, il codice europeo della proprietà industriale del 2005 afferma che i programmi brevettabili possano essere solo quelli che devono interagire con specifici dispositivi hardware, ovvero costituiscano una ben definita invenzione industriale. L'European Patent Office ne ha rilasciati diversi dagli anni '70, da quando è entrata in vigore la Convenzione Europea sui Brevetti. Il prerequisito di brevettabilità è l'originalità e il diritto nasce con la creazione del programma; non è necessario che ci sia complessità nella creazione, purché concetti anche semplici siano espressi in modo personale e autonomo, ovvero non copiando pedissequamente altre realizzazioni.
Quanto detto prima è punto di contenzioso rispetto ai brevetti software concessi negli USA. Ivi si tende a brevettare tutto, anche i metodi per automatizzare un compito basati su computer (si pensi al brevetto di Amazon sull'acquisto con un click di mouse); cose che non hanno a che fare con lo Stato dell'Arte, ma che anzi sarebbero ovvie. Sia che gli impiegati dell'US Patent and Trademark Office (USPTO) abbiano solo poche ore per verificare la validità di un brevetto, sia che non abbiano talvolta le necessarie competenze per capire se un'idea sia ovvia e non brevettabile persino per le meno rigide regole statunitensi, l'atteggiamento attuale è di concederlo e poi eventualmente subire in tribunale gli effetti nefasti di una citazione per violazione di brevetto. E si parla di cause in cui possono girare richieste di risarcimento anche di centinaia di milioni di dollari, poiché il software tende ad essere replicato in numeri elevati di istanze.
Curiosamente, in USA prima di una sentenza del 1981 il software non era considerato brevettabile; l'espansione vertiginosa del numero dei brevetti software si è avuta a causa di interpretazioni sempre più estensive delle regole, che hanno portato a considerare come nuovo dispositivo brevettabile praticamente qualsiasi computer che fosse dotato di memoria di massa. Ha anche aiutato che nel 1995 uno dei principali lobbisti dell'industria del software diventasse responsabile dell'USPTO. Una sentenza del giugno 2010 della Corte Suprema concernente il caso Bilski – un individuo che voleva brevettare un metodo di business automatizzato mediante computer, che era ricorso anche in appello per la bocciatura della sua richiesta di brevetto – ha limato la legge americana sull'argomento dei brevetti software, avvicinandola alla legislazione europea, senza tuttavia porre una parola definitiva sulla materia.
Un software è automaticamente coperto dalla normativa sul diritto d'autore, mentre per un brevetto è previsto (ove più, ove meno - come si è visto) il vincolo dell'originalità. In Europa circa due milioni di aziende che lavorano nel campo dell'informatica si sono opposte all'introduzione della brevettabilità del software all'americana, rendendosi conto che quello che stava avvenendo in USA avrebbe minato le possibilità di innovazione ed economiche in campo software del vecchio continente. E' stata costituita l'organizzazione no-profit Foundation for a Free Information Infrastructure, che dal 2000 si batte per un libero mercato nella tecnologia dell'informazione: contro l'interpretazione troppo ampia dei brevetti software, per l'utilizzo di standard aperti, etc.
Il brevetto d'arma
Dopo l'addio a Sun a causa dell'acquisto da parte di Oracle, l'ex-amministratore delegato Jonathan Schwartz pubblicò un famoso post sul suo blog. Rivelando che nel 2003 Steve Jobs minacciò di fargli causa perché un progetto ormai defunto, Looking Glass, ricordava eccessivamente caratteristiche dell'interfaccia utente di Mac OS X. Schwartz immediatamente rintuzzò Jobs per il fatto che un'applicazione Apple di presentazione, Keynote, ricordava molto da vicino Concurrence, analoga applicazione di un'azienda acquistata da Sun. In un documentario del 1996 è proprio di Jobs la frase: “i buoni artisti copiano, i grandi artisti rubano”.
Qualche anno dopo, a una riunione con Bill Gates e Steve Ballmer, il primo andò immediatamente al sodo citando OpenOffice.org come un problema dal punto di vista della violazione dei brevetti posseduti su tutta la suite di Office, per cui Microsoft avrebbe chiuso un occhio se fossero stati pagati i diritti d'autore per ogni download di OpenOffice.org. Così fu loro detto che .NET era stato esaminato dalla Sun e che violava un certo numero di brevetti posseduti sulla piattaforma Java: Microsoft avrebbe pagato Sun per ogni vendita di Windows, che all'epoca già incorporava .NET?
Nel periodo della guerra fredda veniva usata una sigla dalle potenze nucleari: M.A.D., ovvero Mutually Assured Destruction, acronimo la cui traduzione è “follia”. Nel caso di attacco nucleare non ci sarebbero stati né vinti né vincitori, perché la parte attaccata avrebbe immediatamente sferrato un contrattacco che avrebbe distrutto anche l'altra fazione. Perché allora combattere?
Quando un'azienda registra un brevetto software lo fa generalmente per lo stesso principio: proteggo il più possibile la mia proprietà intellettuale, in maniera tale che se un attaccante mi cita in tribunale perché un mio prodotto forse viola i loro brevetti, io possa contrattaccare. Aumentando il numero di brevetti in mio possesso, ce ne sarà almeno qualcuno su cui possa fare leva per minacciare l'attaccante di ritorsione su uno o più dei suoi prodotti o giungere a un accordo extragiudiziale.
Sfortunatamente il ragionamento sopra non si applica verso i cosiddetti patent troll, famosa definizione di un dirigente di Intel: i troll sono individui o aziende che si limitano a collezionare brevetti, senza mai produrre alcunché, esercitando poi i diritti acquisiti in maniera opportunistica verso altre aziende (tipicamente grosse). Alcuni arrivano a paragonare questo modo di fare a una forma di estorsione. E molto spesso i troll vincono in tribunale cause per centinaia di milioni di dollari, in quanto tendono ad accaparrarsi brevetti che coprono tecnologie di base, con applicazione molto ampia; impossibile non catturare qualcuno nella propria rete. Sono moltissime le voci che oramai da oltreoceano si levano, anche fra le stesse aziende, per segnalare che il sistema dei brevetti software USA sia marcio.
Sun aveva migliaia di brevetti da potere usare a scopo difensivo e offensivo. Tutti finiti nelle mani di Oracle, pronta ora a flettere i propri muscoli per attaccare chi? Google Android, colpevole di incorporare un ambiente “Java non proprio Java”, accusato di violare sette brevetti. Poco prima Nokia aveva citato Apple in tribunale per violazione di due brevetti sugli standard GSM e UMTS. Sia iOS sia Symbian hanno segnato il passo di fronte ad Android, piattaforma a più alta velocità di crescita fra gli smartphone nel 2010 (Canalys, gennaio 2011).
Questo mentre Apple fa causa a Motorola per il telefono Droid, per presunta violazione di due suoi brevetti sul multitouch e su elementi dell'interfaccia grafica, nonché per venti brevetti ad HTC, produttore di vari modelli di telefono Android. Motorola fa quindi causa ad Apple per presunta violazione di diciotto suoi brevetti, mentre da un'altra parte le viene fatta causa dal produttore del BlackBerry RIM e dalla tenutaria di proprietà intellettuale NTP, quest'ultima già vittoriosa in tribunale.
Mi hanno spiegato recentemente come mai i film piacciano tanto alle persone: essi dipingono la vita come la vorremmo. Hanno un inizio e una fine; devono avere un senso per piacere (caratteristica quest'ultima che la vita non sempre pare presentare).
Nella lotta tra Davide e Golia nella vita reale non è scontata la vittoria del primo: per cui, se sei uno sviluppatore piccolino piccolino (Davide), il Golia di turno potrebbe decidere di schiacciarti se gli pesti i calli del business. Chi ha detto infatti che si debba essere grossi per produrre un software di successo? Prendete per esempio Brin e Page: la loro creatura è l'impero di Google. Ogni resistenza è inutile.
Nella prossima parte di quest'articolo prenderò in esame le sante alleanze promosse dalle grosse aziende in nome della preziosa proprietà intellettuale rappresentata dal, pensate un po', software libero/aperto. Perché con il FLOSS si possono fare big $$$, e quando i Golia fanno a botte tra di loro in tribunale poi qualcuno ci lascia le penne; pardon, i milioni di dollari.
Ah, e anche l'accenno alla legislazione europea e italiana, oltre che statunitense.

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